Feedback e Fallimento: le due “F” che elevano crescita personale e professionale

Odore acre, dolore di un pugno allo stomaco, senso di vergogna e sconfitta, senso di inferiorità e
l’immancabile timore del giudizio degli altri: queste sono solo alcune conseguenze che si innescano nelle
persone quando si trovano di fronte al fallimento.

È una sorta di fantasma che non solo non lascia mai la sua preda ma gli impedisce di osare, rischia quasi di
immobilizzarlo, di non fargli vedere nessuna via di uscita.

Siamo stati culturalmente predisposti a considerare il fallimento una vera e propria condanna, qualcosa da
nascondere sotto il tappeto e guai solo a nominarlo. Un’onta orribile che ci definisce e di cui non si deve
sapere nulla.

Tutto ad un tratto è come se ci dimenticassimo che dietro ad ogni successo ci sono stati tentativi che non
hanno dato i frutti sperati.

È arrivato il momento di cambiare questo paradigma.

Il fallimento deve essere vissuto come una opportunità di crescita!

Non ci definisce come persona né come professionisti.

Non ci raccontiamo storie: è capitato a tutti di fallire almeno una volta nella vita. Alcuni lo ammettono,
assumendosi anche la responsabilità, senza problemi perché oramai il percorso di consapevolezza
personale ha dato i suoi frutti, altri non lo esternano pur sapendo di aver fallito in un qualcosa e forse
intimamente se ne prendono anche la responsabilità e altri ancora non lo ammetteranno mai nemmeno a
loro stessi.

Le conseguenze del non riconoscere, prendersi la responsabilità e lavorare sui propri fallimenti possono
certamente diventare pesanti se non addirittura devastanti se non supportati da un percorso delicato e
dedicato. Il rischio che diventi poi un circolo vizioso è davvero alto.

Una volta caduti la differenza la fa e l’ha fatta la reazione che abbiamo messo e mettiamo in atto nel post
fallimento.

Siamo rimasti fermi a leccarci le ferite e a dare la colpa a tutto l’universo che ci circonda?

Ci siamo rimboccati le maniche e ci siamo adoperati per capire dove abbiamo sbagliato e come non
commettere nuovamente lo stesso errore una seconda volta?

Il Fallimento, per quanto male possa fare, deve essere affrontato di petto, con un pizzico di audacia e sfida
perché ci permette di percorrere una nuova strada che ci dà un’altra chance di imparare e crescere.

Quale quindi è il nostro alleato in tutto questo? Il feedback.

Anche qui è cruciale l’educazione ricevuta: spesso una mente non allenata e non allineata lo considera una
vera e propria critica, una minaccia al proprio ego. Lo respinge e lo combatte con ogni particella del proprio
essere,

Questo dipende molto anche dal modo in cui si eroga un feedback.

Nel coaching siamo abituati a definire la restituzione del feedback a “sandwich”): si parte dall’alto con
elementi positivi notati, si arriva al sodo (la parte centrale) indicando i punti di miglioramento dando anche
delle possibili alternative specifiche e puntuali per poi chiudere con il riconoscimento dell’impegno e dello
sforzo fatto nel compiere un’attività (la si potrebbe definire “pacca sulla spalla”).

Ecco che se non rimane una critica sterile, distruttiva, il feedback diventa una vera e propria opportunità di
miglioramento e di evoluzione personale e professionale, la luce che ci indica la strada da percorrere e la
chiave per liberare il nostro potenziale. Perché siano queste le conseguenze è importante è che sia
tempestivo.

Solitamente siamo abituati a ricevere quelle critiche finalizzate solo alla distruzione dell’altro, una specie di
ferita che rimane poi sempre aperta; la critica costruttiva invece la potremmo definire come l’acqua che ci
nutre e rende fertile il terreno per la nostra crescita.

Vero è che bisogna imparare a darlo così come ad accoglierlo: si passa dal sentirsi offeso e dallo scagliarsi
contro la persona che lo pronuncia, all’accoglierlo in maniera audace e senza paura perché, se ben
utilizzato, è il nostro trampolino di lancio per raggiungere nuovi traguardi. L’accoglimento porta a sostituire
la saggezza alla vergogna che si annida dietro ad ogni errore.

Le nostre due “F” sono alleate non solo potenti ma esponenzialmente prorompenti: sono le nostre palestre
dove allenare la nostra resilienza.

La prima è lo specchio che ci restituisce punti di forza e di miglioramento, successi e mancanze mentre la
seconda ci insegna a rialzarci quando cadiamo, quella forza che ci spinge a fare meglio del giorno prima, a
mantenere una mente aperta e pronta al cambiamento e ad accogliere le sfide come opportunità di
crescita.

Molti sentono, vedono, percepiscono il cambiamento come un qualcosa di spaventoso, il mostro sotto il
letto, allo stesso tempo però è anche la linfa vitale della nostra trasformazione, della nostra evoluzione.

È proprio l’audacia di assecondare e abbracciare il cambiamento, la nostra forza interiore, a permetterci di
liberarci dai vincoli che ci immobilizzano e così possiamo spaziare nella visione di nuovi orizzonti prima
preclusi e raggiungere nuovi traguardi, sbloccando il nostro più profondo potenziale.

Quale quindi potrebbe essere la nostra “lesson learned”?

Dobbiamo essere audaci per mantenere attiva la ricerca della nostra crescita, per considerare il feedback la
luce che illumina il nostro percorso e il fallimento l’occasione per imparare la lezione più preziosa: trovare
in ogni ostacolo che si presenta l’opportunità di crescere e diventare la versione migliore di noi stessi.

La nostra crescita personale e professionale dipende dalla nostra audacia nel navigare le acque tempestose
del cambiamento, dalla nostra capacità di accogliere una critica costruttiva e dalla nostra forza di affrontare
le sfide impreviste che si presentano ogni giorno.

Prepariamoci ad affrontare con grinta tutto ciò: domani saremo più pronti di oggi.